Siria, il pressing delle lobby su Obama

Dal generale Dempsey a Nancy Pelosi. Chi spinge Barack verso una guerra lampo. Che bloccherebbe la ripresa in Ue.
Il generale Martin Dempsey, capo stato maggiore americano, a tavola con il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

L’ultima copertina del Time dipinge l’inquilino della Casa Bianca come «solo e infelice», riluttante sulla guerra lampo in Siria. Eppure capofila della nuova, scompaginata, coalizione dei volenterosi.
Che Barack Obama non sia convinto dell’«intervento limitato» e che non abbia alcuna voglia di impegnarsi in un «altro Iraq», è un dubbio di molti. Ma deve fare i conti con chi gli sta intorno. In particolare con quelli che premono per l’azione militare a oltranza, «anche unilaterale». Specie, come riportano media autorevoli quali la Cnn e il New York Times, dopo che la Gran Bretagna, ultimo alleato disponibile, in Parlamento ha votato per il no. Ma chi sono quelli che pigiano maggiormente sull’acceleratore della macchina da guerra? Le pressioni più forti arrivano dall’apparato militare del Pentagono. Ma la questione è anche politica. Ecco i loro nomi.
1) Il falco generale Dempsey

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Il generale Martin Dempsey, capo di Stato maggiore americano.

Il prima linea c’è il capo di Stato maggiore Martin Dempsey, veterano dell’Iraq e fino al luglio scorso cauto su un intervento militare in Siria, per la «significativa» presenza qaedista tra i ribelli e la mancanza di compattezza tra i gruppi d’opposizione al regime, anche nella piena assunzione di responsabilità militari.
Poi però ci sono state la denuncia della morte di oltre 1.300 persone per le armi chimiche e le prove raccolte dalle intelligence filo-americane. Dopo un giro di consultazioni in Giordania con i vertici militari alleati occidentali e dell’aerea riuniti in un consiglio di guerra, Dempsey si è risolto per «l’attacco aereo limitato, che non sarà militarmente decisivo».
L’OPZIONE STRIKE. La guerra civile proseguirà, ha affermato il generale, ma intanto gli «Stati Uniti si saranno impegnati decisivamente nel conflitto», per dare una lezione ad Assad, ormai sempre più sicuro di sé, e stare, ancora una volta, dalla parte giusta della storia.
In Kuwait nel 1991 e uscito a testa alta dal comando della divisione panzer a Baghdad e Falluja contro gli estremisti di Muqtada al Ṣadr, Dempsey, 62 anni plurigraduato, è un falco che conosce bene le insidie mediorientali. Da massimo consigliere militare di Obama, ha studiato tutte le opzioni, suggerendogli infine la soluzione con minori costi e durata, senza truppe sul terreno.
2) Bandar bin Sultan, il saudita d’America

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Il principe Bandar bin Sultan, capo dell’intelligence saudita.

Per uno strike contro «l’oscenità morale di attacchi chimici su larga scala» si è esposto anche il segretario di Stato americano John Kerry, assai meno indeciso di Obama. Mentre il vice presidente Joe Biden, infervorato, ha dichiarato di non nutrire «alcun dubbio che Assad abbia armi chimiche».
I due leader apicali dei democratici gettano benzina sul fuoco perché da mesi l’amministrazione Usa riceve informazioni e pressioni ufficiose dai vertici sauditi, loro alleati storici nel bacino dei Paesi arabi.
Fino all’ultimo per non alimentare panico e attriti anche tra i leader mediorientali di Libano, Giordania e Israele, i reali sauditi si sono astenuti dal dichiarare pubblicamente il loro sì a raid o guerre americana.
Privatamente, tuttavia, l’azione di lobbing di Riad al Congresso di Washignton è stata consistente. Deus ex machina delle manovre è il principe Bandar bin Sultan, ex ambasciatore negli Usa e attuale capo dell’intelligence saudita: tutt’oggi, più di casa a Washington che nella penisola araba.
LE INFORMATIVE SUL SARIN. Intimo dei presidenti americani e dei loro consiglieri (in particolare della famiglia Bush) sin dall’amministrazione Reagan e primo supporter della guerra in Iraq, Bandar veste all’occidentale e, politicamente, si dichiara un conservatore americano.
Dopo la fine del suo incarico da diplomatico, i suoi rapporti pubblici con la Casa Bianca si sono allentati. Ma lo stesso Bill Clinton, ai tempi della sua presidenza, si è avvalso del suo aiuto per le relazioni internazionali. E, secondo indiscrezioni sarebbero stati proprio gli 007 del principe Bandar ad allertare per primi gli Usa, nel febbraio scorso, sull’impiego di gas sarin da parte del regime di Assad.
Nell’ultimo anno, inoltre, la sua potente lobby avrebbe raccolto sostegno e aiuti internazionali decisivi, inclusi armi e training, per addestrare le milizie ribelli siriane.
3) Nancy Pelosi, la pasionaria pro ribelli

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Nancy Pelosi,rappresentante dei Democratici alla Camera americana.

Dietro a questi poteri forti, nel cuore delle capitale americana a pochi isolati dalla Casa Bianca, dal 2012 sono spuntate diverse sedi di organizzazioni no profit siriane che, come Syrian support group (Ssg) di Washington, promuovono le azioni politiche e militari dei ribelli, svolgendo pressing al Congresso e all’amministraizione Obama. In primo luogo, per chiedere aiuti e sostegno bellico agli insorti.
Il gruppo di espatriati ha un filo diretto con il Consiglio supremo di difesa che coordina le brigate dell’opposizione siriana. E non è il solo ad aver trovato spazio in centro a Washington.
L’AMBASCIATA PRO RIBELLI. Anche un’altra associazione, la Coalition for a democratic Syria (Cds), raccoglie donazioni dagli Usa e svolge opera di mobilitazione, ormai, scrivono, «come una quasi ambasciata dei ribelli» in terra americana.
Grazie anche a questo network, dopo lo stop della Gran Bretagna, negli States un insospettabile falco come Nancy Pelosi, ex speaker e leader dei democratici alla Camera, si è schierata per la guerra lampo contro la Siria. «Gli americani sono stanchi della guerra. Ma se Assad gassa il suo popolo è un problema per la sicurezza nazionale globale» ha dichiarato Pelosi. Spronando, secondo alcune fonti, Kerry e Obama ad «agire» di loro sponte.
4) Corker e McKeon, l’ala militare del Gop
Il deputato repubblicano Howard McKeon, falco della guerra in Siria.

In una logica di scontro politico, i falchi di Bush recitano la parte delle colombe. E Obama, rimasto con il cerino in mano, deve fronteggiare le pressioni degli interventisti soprattutto dal suo partito.
Per l’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos il 75% degli americani è ancora contro l’uso della forza. A Capitol Hill, 116 deputati (98 repubblicani e 18 democratici) hanno firmato un documento in cui chiedono che la decisione sull’attacco passi dal Congresso, pena l’incostituzionalità.
John Boehner, speaker repubblicano alla Camera, ha invitato Obama alla cautela e per il generale Colin Powell, l’ex segretario di Stato di Bush figlio bruciato dal dossier-patacca sull’Iraq, è meglio «restare fuori» dal conflitto.
LOBBY ISRAELIANE SILENTI. Persino le potenti lobby israeliane al Congresso – dalla bipartisan American Israel Public Affairs Committee (Aipac) ad altri gruppi come l’American Jewish Committee (Ajc) – tacciono: di fronte all’ipotesi concreta di una guerra, si sceglie il profilo basso, scaricando così sul governo la responsabilità di un probabile effetto domino nell’area.
Nella recente campagna elettorale, però, fu lo sfidante di Obama, il repubblicano Mitt Romney, a chiedere il pugno di ferro contro Assad, criticando l’inazione dei democratici. E il suo amico di lunga data Benjamin Netanyahu, premier israeliano, affermò più volte che, così, in Siria la situazione «non poteva più andare avanti».
I FALCHI DEL GOP. Nei fatti, al di là del fair play, le indiscrezioni dei media vogliono che siano stati proprio alcuni legislatori repubblicani, dai loro fortini nel Pentagono, a convincere Obama e il suo braccio destro Dempsey sull’opzione degli strike in Siria.
Tra i falchi del Grand old party (Gop) con più influenza sotterranea tra le gerarchie militari, ci sarebbero infatti il senatore del Tennessee Bob Corker e il deputato della California Howard McKeon, presidente della Commissione per le forze armate alla Camera, pronti «all’attacco imminente».

Fonte.

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