Costantino prima di Nicea, tra Sol invictus e politica filo-cristiana

costantino

Sull’imperatore Costantino il Grande è stato nei secoli detto e scritto di tutto, facendone di volta in volta una sorta di mostro crudele e di avido politico o, più spesso, una specie di santo cristiano, dedito alla diffusione del Verbo e allo sviluppo della Chiesa. Il problema è che nessuna di queste visioni risponde completamente al vero e che persino le fonti da cui esse derivano sono tutte sostanzialmente soggettive, per non dire partigiane.

A dire il vero, non esistono neppure storie o biografie complete su Costantino e sul suo impero e lo scritto che più si avvicina ad una trattazione storico-biografica è quella Vita Constantini che, più che altro, è una sorta di peculiare mescolanza tra un panegirico ed un’agiografia[1], dal momento che, scritta tra il 335 ed il 339, l’opera si focalizza unicamente sulle caratteristiche morali e religiose della vita dell’imperatore[2], esaltandone sia le alte virtù che la incrollabile fede[3]. Anche il De Mortibus Persecutorum di Lattanzio, altro non è che un libello polemico riguardante il regno di Diocleziano e la Tetrarchia che, pur fornendo particolari interessanti sul periodo giovanile di Costantino, non fa altro che esaltarne le doti di bontà in contrapposizione con la crudeltà dei suoi predecessori[4]. Infine, le “storie ecclesiastiche” di Socrate Scolastico, Sozomen, e Teodoreto, che descrivono le grandi dispute teologiche a cui Costantino partecipò verso la fine del suo “imperium”[5], sono tutte piuttosto tarde, essendo state scritte durante il regno di Teodosio II (408–50), e tendono ad oscurare gli eventi ed il pensiero religioso dell’imperatore, attraverso rappresentazioni falsate e volontarie oscurità[6].

E’ il caso, dunque, di analizzare sotto la lente storica i momenti salienti della “vita religiosa” del “grande imperatore” prima del Concilio di Nicea, momento del definitivo trionfo di Costantino come “patrono della Chiesa” con l’organizzazione del I Sinodo Ecumenico, per cercare di trarne un quadro più oggettivo e verosimile.

Dovendo pensare agli eventi fondamentali che hanno creato l’immagine di un Costantino “santo”, prima del 325 possiamo elencare:

- la visione prima della battaglia di Ponte Milvio del 312 e la scelta del Chi-Ro come simbolo per le sue legioni;

- l’Editto di Milano del 313, che rendeva libertà di culto ai cristiani;

- la persecuzione anti-Donatista del 314;

- le leggi a favore dei cristiani successive al 318 e le leggi anti-pagani successive al 324.

In realtà, ciascuno di questi momenti può essere visto sotto una luce molto differente rispetto a quella utilizzata nella descrizione di un imperatore devotamente cristiano da Eusebio, Lattanzio e tutti gli altri.

Cominciamo con quello che, probabilmente, è l’episodio più famoso della vita di Costantino: la visione dell’“IN HOC SIGNO VINCES[7].

E’ quasi un peccato distruggere una storia così bella come quella del sogno, ma, sfortunatamente, troppi elementi storicamente non quadrano.

Immaginiamoci la situazione: Costantino ha il privilegio di una visione diretta da Dio, che gli fa vincere la battaglia più importante della sua vita. Cosa avrebbe fatto chiunque, se non convertirsi immediatamente a questo Signore, grande, potente e unico? Ma allora, come spiegarsi il fatto che, nel costruire l’enorme arco trionfale che commemora la battaglia, ancora nel 315, Costantino fa porre l’effige del Sol Invictus in ben tre bassorilievi?[8] Perché questo imperatore, così benedetto dal Dio cristiano, emette tre diversi conii (317, 321, 323) con la raffigurazione del Sol Invictus[9]? Perché, ancora nel 321, istituendo un giorno festivo settimanale, scrive: “Nel venerabile giorno del Sole, che tutti i magistrati e la gente che risiede nelle città riposi e che tutti i laboratori rimangano chiusi…”[10]?

Tutto ciò, anche senza tener conto del complesso problema teologico riguardante il perché Dio avrebbe dovuto promuovere una infrazione al II comandamento dando a Costantino un simbolo da utilizzare come baluardo e mezzo di conquista, sembra davvero senza senso.

Il punto, probabilmente, è che, come afferma Chadwick, “Costantino, esattamente come suo padre prima di lui, adorava il Sol Invictus[11] e lo fece per tutta la vita, semplicemente dando forma ad una sorta di sincretismo personale che mescolava la figura di Gesù Cristo con quella della divinità nel cui culto era stato cresciuto e che, è importante ricordarlo, era, fin dal regno di Aureliano, il solo culto ufficiale accettato nelle legioni romane[12]: quello del Sol Invictus.

E allora, cosa dire del simbolo fatto apporre sugli scudi e della famosa visione?

Per quanto riguarda il simbolo, con tutta probabilità non si trattava, come affermato solo da scrittori cristiani (prima Eusebio e Lattanzio, poi tutti gli altri), del Chi-Ro (o Crismon)

ma, semplicemente, della più semplice e più comune forma di rappresentazione del culto del Sol Invictus[13]:

Quanto poi alla visione, alcuni ritengono che Costantino ne ebbe una ma che, in realtà, essa potesse avere una banale spiegazione meteorologica, trattandosi solo o di un alone solare[14] o di una coda di meteora[15], ma la maggior parte degli storici hanno completamente escluso un evento di questo tipo, ritenendo che una eventuale conversione di Costantino (sempre ammesso che essa abbia mai avuto luogo) fosse certamente più tarda ed escludendo radicalmente, dunque, ogni possibile soluzione “miracolistica”[16]. In effetti, le “visioni” erano una parte importante delle aspettative escatologiche di quel periodo: a partire dal Vangelo di Matteo e poi via via nella Didache, nell’Apocalisse di Pietro e nell’Apocalisse di Elia, l’apparizione del “Segno del Figlio dell’Uomo” nei cieli era un motivo comune che precedeva la seconda venuta del Cristo alla “fine dei tempi”[17] e Lattanzio, conoscendo questa tendenza escatologica[18], avrebbe potuto tranquillamente inserire l’evento della visione per avvalorare il suo racconto.

Dunque, gli indizi per pensare che Costantino fosse (e rimanesse) un “pagano” esistono. E’ comunque innegabile che la sua politica, dopo il 312, tendesse a favorire i cristiani, ma in realtà molto meno di quanto comunemente si pensi.

Ad esempio, il celeberrimo Editto di Milano del 313 non fu esattamente, come alcuni[19], sulla scia di Lattanzio[20] ed Eusebio[21], tendono a pensare, una sorta di istituzione del Cristianesimo come “religione di stato” dell’Impero[22], ma semplicemente una presa d’atto di una situazione già esistente ed una conferma di decisioni già precedentemente prese: il testo normalmente definito come Editto di Milano, infatti, è, in realtà una semplice lettera al governatore della Bitinia del giugno 313, parte di una serie di “circolari” (come le definiremmo oggi) emanate da Licinio (il co-imperatore di Costantino) nei territori appena conquistati a Massenzio. Sia la tolleranza dei culti cristiani che la restituzione delle proprietà dei fedeli erano già state garantite da Costantino in Gallia, Spagna e Britannia e da Massenzio in Italia e Africa dal 306 e da Galerio (uno dei maggiori persecutori della Chiesa fino a quel momento) e Licinio nei Balcani dal 311. Di conseguenza, questo documento inviato da Licinio a nome proprio e di Costantino (era consuetudine che ogni documento imperiale fosse emanato a nome di entrambi gli “Augusti”) non era altro che una estensione di normegià esistenti anche all’Anatolia e all’Oriente[23].

Inoltre, il tanto esaltato Editto semplicemente dichiarava che l’Impero sarebbe stato neutrale nei confronti di di ogni culto, rimuovendo ufficialmente ogni ostacolo alle pratiche non solo cristiane, ma anche di ogni altra religione[24]. Dunque, se è forse vero che l’Editto “fu un passo decisivo da una neutralità ostile ad una neutralità ammantata di simpatie e di protezioni e preparò la strada al riconoscimento legale del Cristianesimo come religione dell’Impero[25], iniziando un periodo noto tra gli storici come “Pace della Chiesa”, di per sé non fu poi così fondamentale come si crede per la cristianizzazione formale dell’apparato statale e, soprattutto, fu molto più un atto attribuibile a Licinio che a Costantino.

Anche la cosiddetta “crociata” anti-donatista del 314 fu, a conti fatti, nulla più che un atto amministrativo per imporre l’autorità imperiale su una determinata fetta di popolazione e non un atto di fede da parte di Costantino. Per comprendere questo punto è sufficiente dare un’occhiata all’evolversi degli eventi.

Il Donatismo aveva avuto inizio nel 311, quando Ceciliano era divenuto vescovo di Cartagine ed un diacono cartaginese, Donato, si era opposto alla sua ordinazione protestando per il fatto che Ceciliano era stato un traditore che aveva ufficialmente abbandonato la fede durante le persecuzioni ed affermando che il non essere rimasto fedele alle Scritture dovesse invalidare ogni investitura. Quando, nel 312, Donato e i suoi seguaci si resero conto che le loro rimostranze non erano state accolte, elessero Magiorino come “vero vescovo”. Alla morte di questi, l’anno successivo, Donato prese il suo posto. In realtà, a parte la questione del “tradimento” vi erano molte altre ragioni alla base della controversia donatista: nazionalismo, problemi economici dell’area e il continuo richiamo ad uno zelo rigorista aiutarono molto il movimento[26], insieme ad una certa dose di resistenza all’idea di un potere cristiano centralizzato[27].

Costantino venne a conoscenza del problema quando inviò aiuti economici in Africa settentrionale: avendoli destinati ai vescovi locali per la distribuzione alle popolazioni, si trovò di fronte al dilemma di avere due vescovi diversi a Cartagine e di non sapere a chi dei due inviare i fondi: entrambi si ritenevano “pienamente ortodossi” e si rifiutavano di riconoscere l’altro e, inoltre, molte comunità donatiste fuori da Cartagine si lamentavano di non ricevere alcun aiuto. A questo punto, l’imperatore passò la palla al vescovo romano Melchiade, ordinandogli si investigare sulla questione. Questi richiamò a Roma Ceciliano e dieci vescovi di ciascun schieramento e, dato loro ascolto, prese posizione a favore del vescovo spodestato. Quando i donatisti si lamentarono di non essere stati trattati con giustizia, Costantino ordinò un secondo incontro, che venne tenuto ad Arles nel 314, con molti vescovi di entrambi gli schieramenti, ma soprattutto con rappresentanti del clero anti-donatista di Gallia e Italia. Il risultato, ovviamente, fu, anche in questo caso, a favore di Ceciliano (nonostante venisse deciso che i “traditori” della fede dovessero essere esonerati dal ministero ecclesiastico). Ancora una volta, i donatisti si appellarono direttamente a Costantino che, questa volta, giudicò la situazione personalmente, con una sentenza del 316 in cui si legge: “Dopo attenta investigazione, ho chiaramente avuto modo di giudicare che Ceciliano è completamente senza colpa, è un uomo che osserva i normali doveri della sua religione[28], ed è devotamente attento alle sue incombenze. E’ risultato evidente che in lui non vi è alcuna delle colpe che, in sua assenza, gli sono state falsamente attribuite dai suoi nemici[29].

E’ molto probabile che la decisione dell’imperatore sia stata indirizzata dalle relazioni dei vescovi italiani e galli o sia stata dovuta alla eccessiva severità dei donatisti, che, con la loro posizione, sembravano voler tenere ben viva la memoria di un periodo di difficili relazioni tra Chiesa e Impero, ma ciò che più colpisce è il rifiuto dei donatisti di accettare l’autorità sia del Concilio di Arles che di Costantino[30].

Perdendo la pazienza e, soprattutto, prevedendo la possibilità di una rottura di quell’alleanza silenziosa che si era creata tra lui e i cristiani già prima dell’Editto di Milano, l’imperatore decise di prendere la questione di petto. Agostino ci informa che egli così si espresse con i suoi consiglieri: “Voglio che sia loro chiaro che tipo di culto vada riservato a Dio… Quale dovere più grande potrei avere io come imperatore di quello di distruggere l’errore, reprimere le voci malevoli e far sì che tutti offrano a Dio Onnipotente una religiosità sincera, una onesta concordia e un vero culto?[31].

E’ piuttosto evidente che con questa affermazione Costantino esprima almeno tre elementi di grande importanza: la volontà di reprimere ogni disputa nociva, il porre le basi per lo sviluppo del “cesaropapismo” e la statuizione formale di una nuova alleanza tra Chiesa e Impero.

Conseguentemente, dapprima l’imperatore ordinò la confisca di tutte le chiese donatiste e l’esilio dei loro capi, poi una vera e propria persecuzione contro ogni donatista. Solo quando questi smisero di essere un pericolo per la sua autorità Costantino (che evidentemente non doveva essere molto interessato alla questione religiosa delle nomine, che di per sé era in nodo centrale) pose fine alla repressione e, semplicemente, iniziò ad ignorare il donatismo (che, quindi, continuò ad esistere in forma ruralizzata almeno fino al 411)[32].

Ciò che conta, comunque, è il sempre crescente legame legame politico tra Costantino e i cristiani. Il cristianesimo era una potenza in costante crescita nell’Impero: non era più solo numericamente consistente, ma si stava diffondendo anche tra le classi alte, normalmente prendendo il posto dei precedenti culti misterici, è, soprattutto, stava sempre più coinvolgendo l’esercito[33]. Sarebbe stato piuttosto stupido da parte di Costantino, che aveva un ascendente abbastanza forte sulle varie chiese sparse entro i confini imperiali, non cercare di approfittare della situazione, creando una sorta di connessione politica che, comunque, non necessariamente significava, per lui, il convertirsi alla nuova religione[34] (anche se, probabilmente, pensava, adorando il Sol Invictus, di fare già parte, in qualche modo, di una “forma altra” di cristianesimo).

L’alleanza “de facto” tra i cristiani e Costantino doveva essere così chiara che proprio per questa ragione Licinio, che non aveva nessuna possibilità di rompere una unione così forte, quando si oppose al suo “collega” (nel 320) decise di scommettere sul “concorrente opposto”, attaccando i cristiani e supportando gli ultimi fuochi del paganesimo.

Certamente, questa scelta di schieramenti avvicinò Costantino ancora di più al cristianesimo e, probabilmente, spiega il suo cammino dalle leggi a favore dei cristiani successive al 318 alle leggi contro i pagani dopo il 324, un cammino che lo portò a promulgare editti quali quelli sull’abolizione della crocifissione, sulla proibizione dell’infanticidio, quelli dissuasivi contro la schiavitù, quelli riguardanti la soppressione dei giochi gladiatori (che, comunque, non vennero completamente aboliti) e numerosi altri.

Ovviamente, avendoli scelti come alleati, l’imperatore aiutò i cristiani in molti modi: scelse cristiani come suoi consiglieri, diede molti benefici al clero (ad esempio la totale detassazione degli ecclesiastici, l’esenzione dal servizio militare e, piuttosto spesso, persino la concessione di alti salari) e contribuì generosamente alla costruzione di grandi cattedrali a Gerusalemme, Betlemme, Costantinopoli e in tutto l’Impero[35], creando una sorta di circolo virtuoso che portava a nuove conversioni e, allo stesso tempo, rafforzava la sua posizione come leader cesaropapista della cristianità.

Ma la ragione di tutti questi provvedimenti, ben difficilmente risiedeva nella “santità” dell’imperatore, quanto piuttosto nella necessità di un alleato forte, unito e, soprattutto, grato e devoto, in un momento in cui, senza “organizzazioni di supporto”, come dimostrato dalla fine di molti imperatori precedenti, l’autorità imperiale doveva essere costantemente rafforzata e la vita di un imperatore inviso a popolo e legioni poteva valere meno di quella di uno schiavo.

 

Note


[1] ) H. A. Drake, What Eusebius Knew: The Genesis of the “Vita Constantini”, in Classical Philology, Vol. 83, No. 1, The University of Chicago Press 1988, pp. 20-38
[2] ) T.D. Barnes, Constantine and Eusebius, Harvard University Press 1984, pp.273ff;
[3] ) Un obiettivo esplicitamente espresso già dal prologo dell’opera. Nella Vita Eusebio vuole creare l’immagine di un pio, gentile e nobile Costantino, ma la tendenziosità dello scritto è così palese da farlo definire addirittura una “tessitura di bugie” (ad esempio da N. Lenski in AA.VV., The Cambridge Companion to the Age of Constantine cit., p.8)
[4] ) C.S. Mackay, Lactantius and the Succession to Diocletian, in Classical Philology, Vol. 94, No. 2, The University of Chicago Press 1999, p. 205
[5] ) Ognuno di essi è principalmente basato sui resoconti perduti di Gelasio di Caesarea, e tutti hanno come fine quello di continuare la narrazione la dove la Historia Ecclesiastica di Eusebio si interrompe. Barnes, Cit., p.225
[6] ) Ivi, p.226
[7] ) Eusebio, Vita Constantini 1.28. “Hoc Signo Victor Eris” nell’originale latino di Costantino, divenuto poi “touto nika” (τούτω νίκα) nel greco di Eusebio. Quando la Vita di Eusebio venne tradotta in latino alla fine del IV secolo, la frase originale era stata dimenticata e si tradusse dal greco con diverse varianti come “In Hoc Vince”, o “In Hoc Signo Vinces” (C.M. Odahl, Constantine and the Christian Empire, Routledge 2004, p.184)
[8] ) V. Armetrano, L’Arco di Costantino, Aureliana 1991, pp.56-61
[9] ) P.M.Bruun, The Roman Imperial Coinage, Volume VII, Spink 2003. pp.83-91
[10] ) CJ 3.12.2
[11] ) H.Chadwick, The Early Church, Penguin 1993, p.127
[12] ) A.S.Hoey, Official Policy towards Oriental Cults in the Roman Army, Transactions and Proceedings of the American Philological Association, N.70, 1939, pp. 456-481
[13] ) M. Holbourn, Constantine the Great, Oxford University Press 1995, pp. 181ff.
[14] ) O.Nicholson, Constantine’s Vision of the Cross, in Vigiliae Christianae LIV.3,2000, pp. 309-323
[15] ) D.Whitehouse, Space impact “saved Christianity”, BBC News 23 June 2003
[16] ) Ad esempio: N. Lenski, Cit., p. 71
[17] ) O.Nicholson, Cit., p.313
[18] ) Ivi, p.316
[19] ) Ad esempio J.Prescott, Christianity and Romanity: How Christians Conquered Rome, Geminal 1992, pp.18-22
[20] ) Lattanzio, Cit., XXXIV-XXXV
[21] ) Eusebio, Historia Ecclesiastica, VIII-IX
[22] ) Cosa che avvenne solo nel 380 con l’Editto di Tessalonica di Teodosio I
[23] ) J. Curran, Constantine and the Ancient Cults of Rome: The Legal Evidence, “Greece & Rome” 2nd Series 43.1, 1996, pp 68-80
[24] ) Ivi
[25] ) P.Schaff, Nicene and Post-Nicene Fathers, Vol.2, Hendrickson Publishers 1990; p.554
[26] ) C.S. Meyer, Moving Frontiers, Concordia Publishing House 1986, p.14
[27] ) D.F. Wright, J.D. Woodbridge, Public Faith: From Constantine to the Medieval World, A.D. 312-600, Baker Books 2005, pp.58ff
[28] ) Va notato che Costantino usa la forma “sua religione” e non “nostra religione”, ma, in questo caso, si potrebbe trattare anche semplicemente di un fatto stilistico o di imparzialità.
[29] ) Agostino di Ippona, Augustine: Political Writings, Cambridge University Press 200, pp.175ff
[30] ) S.Lieu, Constantine: History, Historiography and Legend, Routledge 1998, p.163
[31] ) Agostino di Ippona, Cit., p. 179
[32] ) B.H. Cooper, The Free Church Of Ancient Christendom And Its Subjugation Under Constantine, Kessinger Publishing 2006, p.328
[33] ) J. Solomon, The growth of Christianity in the Roman Empire, Everton Press 1994, pp.88-91
[34] ) In realtà, neppure il suo conclamato battesimo in punto di morte è così certo. Certamente è falsa, come già provato nel XV secolo da Lorenzo Valla R. Fubini, Humanism and Truth: Valla Writes against the Donation of Constantine, Journal of the History of Ideas, LVII.1, 1996, pp. 79–86), la storia, a lungo circolata, di un suo battesimo a Roma da parte di Papa Silvestro nel 326 e della sua conseguente “Donazione di Costantino”, a lungo ritenuta la giustificazione del potere temporale del papato , ma anche il racconto di Eusebio (Eusebio di Caesarea, Vita Constatini, IV.64) circa una conversione in età avanzata dell’imperatore, il suo desiderio di essere battezzato nel Giordano e il battesimo ricevuto a Nicomedia ell’età di 65 anni è piuttosto dubbio (T.Roman, The Myth of a Christian Emperor: Constantine an His links to Christianity, Rowan Editions 2002, pp. 143-151). Anche, comunque, credendo ad Eusebio e ritenendo corretta la teoria secondo la quale il battesimo infantile, sebbene praticato, non fosse ancora divenuto una pratica comune in occidente (T.M. Finn, Early Christian Baptism and the Catechumenate: East and West Syria,The Liturgical Press/Michael Glazier 1992, pp.131-137), il battesimo da pate del vescovo ariano Eusebio di Nicomedia, dopo tutti gli eventi di Nicea, starebbe a dimostrare una radicale mancanza di interesse da parte di Costantino per il dibattito teologico del quale era stato parte così importante.
[35] ) J.S. Morningdale, The policy of Constantine the Great towards Christians, Absalom 2001, passim

Fonte.


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