Dalla giunta di Valladolid (1550) alla disputa di Sochi (2014)

La Russia di Vladimir Putin non è quella di Boris Eltsine nella misura in cui sta rompendo il monopolio degli Stati d’America (Siria docet). Dopo l’esaltazione delle Pussy Riot e delle Femen, i giochi invernali di Sochi sono l’ennesimo pretesto per la fantomatica “comunità internazionale” di dipingere il leader russo come un dittatore sanguinario. I primi a ribellarsi dovrebbero essere gli omosessuali autentici che non si sentono rappresentati dalla lobby LGBT e che vengono meschinamente usati come carne da macello.

 TO GO WITH AFP STORY BY BENOIT FINCK(FI

“Sul palco non vanno i capi di governo che contano nel mondo”

Erri De Luca

“Se fossi stata ministra non sarei andata alla cerimonia a Sochi”

Josefa Idem

“Una scelta grave e sbagliata di andare alla cerimonia a Sochi”

Daniel Cohn Bendit

L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha sostituito la Chiesa cattolica, apostolica e romana. Le gerarchie sono evidenti, tanto che la prima si permette inoltre di accusare la Santa Sede di essere complice con le sue politiche, degli abusi sessuali sui bambini. C’è però una differenza sostanziale tra le due istituzioni: l’Onu ha una visione comunitaria, dispone dell’esercito più potente del mondo, quello statunitense, e gode del sostegno di tutta la stampa occidentale. Il discorso del Vescovo di Washington Ban Ki-moon durante la sessione del Comitato Olimpico Internazionale, assomiglia più ad un comandamento di Papa Francesco che al pronunciamento di un segretario generale. “Il mondo si sollevi contro gli attacchi ai gay”, ha detto. E prontamente la “comunità internazionale” (vocabolo della neo-lingua che in realtà non ha nessun significato) ha replicato boicottando la cerimonia di apertura: Stati Uniti e Paesi-sudditi europei (Hollande, Cameron e la Merkel) non ci saranno. In compenso però presenzieranno oltre 60 tra capi di Stato (su 88), di governo, ministri e altre autorità, tra i quali c’è anche Enrico Letta che non poteva rifiutare dopo la recente visita di Vladimir Putin a Roma.

Già alle Olimpiadi di Mosca nel 1980 il blocco occidentale aveva boicottato l’evento internazionale per via dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. La storia si ripete ma questa volta a deciderne il suo corso è la lobby LGBT (una comunità auto-legittimata che rappresenta una percentuale microscopica della popolazione mondiale) con la complicità della stampa di regime. Si pensi all’articolo propagandistico e caricaturale uscito recentemente su L’Espresso (gruppo di De Bendetti) intitolato “In Russia è caccia ai gay”, il quale mette sullo stesso piano Vladimir Putin e alcuni gruppuscoli “anti-omosessuali” isolati nell’immenso territorio.

È vero, in conformità alla nuova legge russa – che proibisce ogni propaganda gay e che è stata ampiamente criticata in Occidente – i cittadini stranieri potranno essere multati per una cifra equivalente a 120-150 dollari, essere messi agli arresti per 15 giorni ed espulsi. Ma in Russia non basta essere gay per essere puniti. In realtà, saranno penalizzati soltanto coloro che promuoveranno apertamente l’omosessualità tra i minori (così c’è scritto nella legge anti-propaganda approvata dalla Duma). “La gente ha tutto il diritto di avere una propria vita personale, purché ciò non avvenga nei confronti di minori” ha ribadito più volte il primo vice primo ministro Dmitry Kozak.

La Russia di Vladimir Putin non è quella di Boris Eltsine nella misura in cui sta rompendo il monopolio degli Stati d’America (Siria docet). Dopo l’esaltazione delle Pussy Riot e delle Femen, i giochi invernali di Sochi sono l’ennesimo pretesto per la fantomatica “comunità internazionale” di dipingere il leader russo come un dittatore sanguinario. I primi a ribellarsi dovrebbero essere gli omosessuali autentici che non si sentono rappresentati dalla lobby LGBT e che vengono meschinamente usati come carne da macello.

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