Dumping sociale. L’altra faccia della questione migratoria

Nel nome della libera circolazione e della tolleranza i migranti sono asserviti ad un mercato del lavoro che offre stipendi bassi e condizioni inumane.

La crisi in corso con le sue pesanti conseguenze ripropone il tema delle politiche sociali nei Paesi subordinati alle leggi del capitalismo, dagli Stati Uniti all’Europa. In questo quadro vale la pena di provare a formulare qualche riflessione sullo stato attuale dell’Unione, cercando di rispondere alla domanda: a che punto è l’Europa sociale?  Viste le differenze salariali e l’offerta di lavoro resa disponibile dai vari Paesi dell’Unione sembra che questo progetto sia molto indietro. Anzi sembra che si faccia ben poco per la tutela del singolo lavoratore e tutto ciò che ne consegue. Ogni anno migliaia di migranti s’inseriscono nel nome della libertà economica e della libera circolazione nel mercato del lavoro degli Stati europei con stipendi bassissimi e condizioni inumane. I nuovi schiavi del XXI secolo.

Da qui nasce l’espressione dumping sociale che interiorizza molteplici aspetti di una comune matrice problematica: la delocalizzazione e lo sfruttamento dei lavoratori. Un processo che è ormai tipico dalla maggior parte delle multinazionali, per minimizzare i costi e rendere il prezzo finale del bene più competitivo. È il fenomeno per cui migliaia di persone hanno protestato a Bruxelles contro quest’Unione Europea cieca di fronte ai bisogni dei lavoratori provenienti da tutta Europa. Un fenomeno questo che oltre a sfavorire il singolo lavoratore e creare sempre più forti distanze sociali, tende a favorire quei Paesi con una fiscalità favorevole. Guarda caso la Germania è accusata giorno dopo giorno di concorrenza sleale…

Alcuni Paesi però non hanno aspettato inutili direttive europee ma hanno trovato soluzioni interne. In Norvegia è in vigore un piano governativo per la lotta al dumping sociale, per contrastare un fenomeno ricorrente soprattutto nel settore dell’edilizia, dov’è diffuso il ricorso ad agenzie di lavoro temporaneo che distaccano lavoratori stranieri. Il piano prevede che ai lavoratori stranieri siano applicati gli stessi standard normativi e salariali previsti per i lavoratori norvegesi e che il rispetto degli standard sia garantito da autorità nazionali dotate di poteri ispettivi. In Danimarca invece è in vigore un accordo anti-dumping che impone l’obbligo di appaltare attività solo a imprese che applichino i contratti collettivi, obbligo sanzionabile con ricorso al giudice. Si potrebbe continuare così per ore. Il fatto è che oltre che combattere prepotentemente l’evasione fiscale, queste misure comportano un miglioramento delle condizioni individuali dei lavoratori e, nel susseguirsi degli anni, anche un aumento della ricchezza reale all’interno del Paese.

Questo ragionamento porta inevitabilmente a cercare una soluzione non solo al livello nazionale ma in ambito europeo. Si può dire che in un sistema che ambisce a diventare più integrato la mancanza di direttive europee sul lavoro contribuisce a deresponsabilizzare le amministrazioni nazionali e a rendere il problema sempre più centrale. In un mercato sempre più globale con regole diverse nazione per nazione, vi è la necessità di stabilire regole chiare e sanzioni precise, in vista anche dell’entrata dei Paesi dell’est Europa nell’Ue (ma forse è proprio questa la ricchezza dei tecnocrati).

Normative europee in materia di lavoro sarebbero la base per la creazione di contratti collettivi transnazionali per garantire ad ogni lavoratore dell’Unione gli stessi diritti sociali ed economici. Un grande passo avanti che ad oggi rappresenta un sogno irrealizzabile. L’Italia, per esempio, è abbandonata dall’Ue al proprio destino nella gestione dei costanti e massicci flussi migratori che condannano i “viaggiatori della speranza”, ad accettare condizioni di lavoro disumane, talvolta nella criminalità organizzata, antico cancro del nostro Paese.  Per creare un’Unione Europea unita non si può passare non per il lavoro e per tutto ciò che ne consegue. Una condicio sine qua non senza la quale non potrebbe nascere una vera e sociale Europa dei popoli. L’integrazione del mercato non può avvenire senza porre rimedio alla disintegrazione dei diritti. Il lavoro deve essere una priorità per l’Europa.

Fonte.

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