Falcognana. Opposizione al disastro.

L’intricata vicenda della discarica di Falcognana, tradisce un disegno di difficile copertura, sostituire Malagrotta.

Nella complessa economia dei rifiuti romani, il tentativo di formare un nuovo centro di potere e di ricavi, subisce lo scontro dei diversi colori politici all’interno delle istituzioni coinvolte e la ferma opposizione di movimenti, come quello del Presidio No Discarica DivinoAmore, formatosi immediatamente a difesa del territorio e della salute dei residenti e che si sta costituendo in forma associativa per creare un percorso agevolato verso le istituzioni.

La discarica di Falcognana, gestisce già rifiuti pericolosi per lo smaltimento del fluff, cioè i residui non metallici della frantumazione dei veicoli, che qualora contengano PCB, sono da considerarsi rifiuti pericolosi, ma più in dettaglio, la Ecofer Ambiente S.r.l., proprietaria della discarica, è autorizzata e già operativa nell’ambito del conferimento di rifiuti pericolosi e non (fluff proveniente da attività di autodemolizioni e frantumazione di rifiuti contenenti metalli, fanghi provenienti da sostanze pericolose [CER 19 10 05 e 06], fanghi provenienti da trattamenti chimico-fisici [19 02 06], fanghi prodotti da trattamenti delle acque reflue industriali [19 08 14], fanghi prodotti da processi di chiarificazione delle acqua [19 09 02], resine a scambio ionico saturate o esaurite [19 09 05], pneumatici fuori uso interi a fini ingegneristici [16 01 03], utilizzo in ricircolo del percolato prodotto in discarica).

Assenti comunque i controlli.

Con un’estensione di 70 ettari, la discarica è divisa in 3 invasi, un primo di 200.000mc, ormai colmo, un secondo con una volumetria residua di circa 570.000mc, a quanto pare già suscettibile di infiltrazioni nella falda acquifera e in fase di nuova coibentazione del terreno ed un terzo in via di scavo che ha già ricevuto l’autorizzazione per i rifiuti pericolosi per una capienza di circa 900.000mc. Un’autorizzazione rilasciata nel 2003 fissa il limite di rifiuti che il sito di Falcognana può smaltire a 150 mila tonnellate annue, mentre nella relazione del commissario all’emergenza rifiuti Goffredo Sottile, il quantitativo è comunque fissato in 500 mila. Basta una stima approssimativa per comprendere che tale capienza limita l’esercibilità della discarica ad un periodo di 2 anni appena.

Ma la Ecofer, non sorge su un’isola.

I terreni adiacenti la discarica, comprendono un lotto di ulteriori 260 ettari, divisi tra 2 soci, di cui uno è De Juliis, proprietario di un caseificio d’eccellenza. Come molti nelle immediate vicinanze; ad esempio una delle due aziende agricole della famiglia Spizzichini, una perla della green economy che dal 1938 lavora e dà valore alla terra e agli animali dell’Agro Romano. Con una produzione di latte d’eccellenza scelta da Granarolo per la sua alta qualità che preleva quotidianamente dall’area attigua alla discarica, 800 quintali di latte, tra animali da carne e da latte, questa azienda governa 1100 capi di bestiame. Occorre la tutela richiesta per la “collocazione dei prodotti agricoli ed alimentari IGT e DOC e, in genere, delle aree agricole in cui si ottengono prodotti bio” così come presentato in un esposto in Procura.

E se un allevatore da una parte può combattere per la tutela di un territorio dedito all’agroalimentare, specie se ne vengono inficiati i prerequisiti qualitativi ambientali, dall’altra l’ipotesi di levare le tende a fronte di un compenso irrinunciabile, è da prendere in seria considerazione, almeno nell’ottica pessimistica che vede una fine annunciata, l’ampliamento implacabile della discarica.

Ecco quindi che il Presidio No Discarica, effettua una serie di visure catastali rilevando come la società Ecofer, abbia già acquistato una serie di terreni adiacenti la zona della Falcognana. Questo porterebbe la discarica a svilupparsi su un lotto totale di 330 ettari. Malagrotta va ricordato, ne occupa 240.

Non bastasse, la Ecofer è già al centro di indagini.

Dell’intrigato scacchiere societario della Ecofer, si conosce solo l’amministratore, il bolognese Valerio Fiori, che detiene appena l’1%. Il rimanente 99%, appartiene in via diretta o indiretta a due fiduciarie: la Cordusio del gruppo Unicredit, che detiene il 39% e Aria srl, che ne detiene il 60%, ma che a sua volta è di proprietà, al 95%, di un’altra fiduciaria, la Sofir; il 5 agosto, il 60% delle quote è stato ceduto per 8,2 milioni di euro ad una Srl (che a sua volta fa capo ad una fiduciaria).

La Sofir, è stata destinataria di una ispezione dell’unità contro il riciclaggio della Banca di Italia, il cui fascicolo è stato girato a diverse Procure. Tra i clienti, diversi personaggi che avevano scudato milioni di euro all’estero. Alla Sofir, Nicola Femia, arrestato lo scorso gennaio e ritenuto boss della ‘ndrangheta, con precedenti penali e sorvegliato speciale, nel 2008, aveva dato mandato di gestire le quote della sua Tecnoslot. La vicenda Sofir è stata al centro anche di una interrogazione parlamentare.

E mentre proseguono le indagini della finanza per chiarire quali siano i reali proprietari dell’attuale discarica dell’Ecofer, Stefano Ambrosetti Presidente dell’Associazione Cuore Tricolore, dichiara: “Mi giunge voce che reputo attendibile e fondata, che i nuovi proprietari sono gli stessi proprietari della discarica di Malagrotta, cioè il gruppo Colari. Se è vero, non si ravvisa un monopolio di interessi?”

E con un occhio ai costi, l’avvio della struttura potrebbe superare i 215 milioni di euro che rapportate al costo per metro cubo (così viene valutato) di immondizia diventa pari a 215 euro. Un terzo in più di quanto costa mediamente il conferimento di rifiuti pericolosi.

Farsi aggredire da feroci dubbi, è quantomeno legittimo.

Parecchie le interrogazioni parlamentari, solo Renato Brunetta, già ministro per la Pubblica amministrazione del governo Berlusconi, complice la residenza in zona Falcognana, ne ha presentate 7 ad altrettanti ministri. Già nella fase di individuazione della nuova discarica di Roma, è stato omesso il rispetto della direttiva comunitaria n. 2008/98/CE, alla quale sia il Commissario Sottile, che gli altri funzionari incaricati per il medesimo fine, nonostante i poteri straordinari conferitigli, devono inevitabilmente attenersi, seguendo la gerarchia per il trattamento dei rifiuti che prevede prevenzione, preparazione per il riutilizzo, riciclaggio, recupero di altro tipo (ad esempio il recupero di energia) ed infine lo smaltimento.

Eppure nulla.

E’ appurato che il leit motiv organizzativo, risulti essere l’agire in deroga, sempre e comunque, in un quadro che vede sullo sfondo la politica dividersi tra un PD silente, perché in seno alla Regione, un PDL con Brunetta toccato nel vivo, Fratelli d’Italia o il nuovo Movimento 5 Stelle, ad opporsi fin quanto riescono ed in primo piano gli interessi legati alla gestione dei rifiuti, che mai dovrebbe essere privata.

3 gli esposti presentati.

Il primo alla Corte Dei Conti, dal Comitato di Quartiere Vigna Murata per “effettuare un’indagine, quanto più sollecita possibile e l’acquisizione e il sequestro preventivo di tutta la documentazione relativa all’individuazione del sito di Falcognana, nonché dello stesso sito qualora i lavori per la realizzazione della discarica dovessero avere inizio, ma soprattutto dei fondi già resi disponibili, di cui ai capitolati di spesa previsti, prima che vengano erogati”. Il secondo alla procura chiedendo il sequestro dell’area, considerando la tutela dell’abitato e delle coltivazioni biologiche, la viabilità e la richiesta di un’ulteriore indagine relativamente alle necessarie autorizzazioni, presentato dai i membri del coordinamento “No inceneritori, no discariche IX Municipio e Pomezia”, un terzo presentato dallo “Sportello del cittadino” contestando l’operato del commissario Sottile sulle modalità di individuazione del sito di Falcognana ed un quarto in arrivo dall’associazione Cuore Tricolore.

Amministrazioni presenti, ma assolutamente eteree, se si pensa che non si conoscono neppure i motivi per cui la nuova Malagrotta dovrebbe spostarsi a Falcognana, visto che la relazione del commissario Goffredo Sottile, non risulta accessibile al pubblico, ma solo a chi ha le competenze istituzionali e chi l’ha vista, come Andrea Santoro, presidente del IX Municipio l’ha definita “scadente”. Ignote anche le motivazioni con cui sono stati scartati a priori i siti degli ex poligoni militari, visto che solo nella zona nord del Lazio lo Stato dispone di ben 4.000 ettari, lontani dai centri abitati che potrebbero essere operativi nel giro di poco più di un mese, almeno a quanto afferma l’ingegnere Giorgio Biuso, che dal 1992 si occupa di individuare siti alternativi a Malagrotta.

Il 13 Agosto in un appello ai parlamentari, il presidio No Discarica punta il dito sull’occultamento della relazione tecnica prodotta dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (MiBAC) e consegnata al Ministero dell’Ambiente che boccia in maniera inappellabile la scelta del sito Ecofer di Falcognana.

C’è inoltre l’aspetto della viabilità, rimpallato tra il IX municipio e il comune di Marino. La via Ardeatina si trova già in una situazione di elevata criticità: è stretta, percorsa quotidianamente da tir e camion diretti verso le zone industriali di Pomezia e l’interporto di Santa Palomba, disagevole per la presenza di ponti ferroviari che ne restringono la carreggiata sino a ridurla in alcuni tratti ad un unico senso di marcia e sulla quale vige un’ordinanza provinciale del dicembre 2012 che ne interdice il traffico ai TIR, imponendo il divieto di transito per i veicoli con massa superiore a 6,5 tonnellate per il tratto compreso dal Km 11,900 al km 14,400.

Ordinanza mai rispettata; anche se Andrea Santoro, presidente del IX Municipio, sarebbe intenzionato a ricorrere ad una direttiva di Giunta per farla attuare. Lo stesso dicasi per via Nettunense, già trafficatissima e per la quale il Comune di Marino si è espresso in senso assolutamente contrario e per via di Porta Medaglia, priva di illuminazione, di competenza municipale e prossima ad essere interessata anch’essa da un divieto di transito per i tir (come dichiarato unitariamente dal Consiglio del IX Municipio) e rientrante nel vincolo Bondi (il 26 gennaio il ministro Bondi ha apposto dei vincoli sull’agro romano, quella zona che racchiude la Laurentina, l’Ardeatina e la Pontina, per frenare in qualche modo la continua cementificazione della zona.)

La zona in cui sorge la discarica dell’Ecofer, risulta già affaticata dalla presenza di circa 30 aziende per lo stoccaggio, la messa in riserva e lo smaltimento dei rifiuti tra inerti, rifiuti liquidi, rigenerazione olii, rottamazione, trattamento RAEE e trattamento meccanico/biologico per produzione CDR. Ad Albano, sorge l’inceneritore, per cui il Comune ha chiesto a maggio di quest’anno, la revisione dell’Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale). E la situazione idrica attuale in cui versa il territorio dei Castelli Romani, per quanto riguarda le concentrazioni di Arsenico, Boro e Fluoruri è disastrosa. Disastro che vede la sua alba ben prima del 2000, con l’incremento demografico degli ultimi decenni che ha aumentato la richiesta procapite di acqua. La quantità delle acque superficiali, a causa dello scarso rispetto ambientale, è peggiorata qualitativamente oltre che ridottasi. Da qui l’inizio della captazione delle acque di profondità, che in un territorio vulcanico, come lo è la regione Lazio e l’Italia centro meridionale in genere, ha significato dare il via anche al prelevamento di acqua contenente arsenico inorganico. Da verifiche già effettuate su Falcognana, “risulta che l’attività di cava ha portato all’escavazione al di sotto del livello di falda dell’area con la compromissione della stabilità del terreno e non risultano al momento dati attendibili sui cedimenti dei suddetti terreni, nel caso di sovraccarico da abbancamento, con eventuale grave compromissione dell’elasticità e tenuta del telo, nonché del pacchetto di impermeabilizzazione. Il sito della ECOFER, tuttavia, è stato realizzato su una zona circondata da corsi l’acqua ed in un’area che lo stesso Ministero dell’Ambiente sul Geo Portale Nazionale identifica di pericolosità idrogeologica per frane sotto 2 lotti e parte del 3 della discarica.”

Qui non vogliamo fare la somma tra situazione di partenza ed eventuali postumi inquinamenti delle faglie acquifere, da parte di tutto l’indotto industriale della zona. Ma è difficile. Com’è difficile pensare che una discarica non influisca su un territorio.

Ciò che si perpetua ormai da decenni è un’escamotage normativo, quale il meccanismo delle deroghe, che ha consentito ad ACEA di continuare a fornire a scopi alimentari un’acqua con valori di arsenico superiori ai 10 mg/litro, e a molte altre realtà di esercire fuori dai parametri di legge, sotto più ambiti. Molte volte si pare agire in deroga di una deroga, senza mai un dovuto controllo.

Ecco quindi che i presidi come il No Discarica, come troppe volte accade, rimangono l’ultimo baluardo a tutela della salute pubblica.

Discariche_Agro

Davide Agostini

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