La giostra dell’incostituzionalità

L’Italia si sa, è il Paese degli allenatori di calcio, dei presidenti del Consiglio, e da una settimana dei Costituzionalisti. La partecipazione attiva del popolo alla vita della nazione è sintomo di vitalità e anarchia al tempo stesso. Ecco dunque l’affrettata accusa di illegittimità parlamentare con l’effetto a cascata che ciò comporta.

Dichiarare illegittimo il parlamento in seguito al pronunciamento della Corte Costituzionale sulla costituzionalità o meno della legge elettorale, nota ai più come Porcellum, è il solito azzardo all’italiana. Quanto sarebbe bello capovolgere lo status quo a colpi di legalità. Se poi il più alto organo della giurisdizione nazionale sta dalla nostra parte, allora siamo a cavallo. Con sommo dispiacere e cinico calcolo sta ai “ saccenti” stemperare gli animi e porre una riflessione meno iperuranica. Innanzitutto la Costituzione sancisce il principio di irretroattività per ciò che riguarda gli effetti provocati fino al giorno prima dalla legge.

Questo significa che a norma di legge le polemiche stanno a zero. Volendo citare i noti Costituzionalisti vicini a Repubblica si potrebbe introdurre anche il principio di continuità dello Stato, ma esulerebbe dalla praticità che serve al popolo per comprendere l’evolversi della situazione. Una situazione che appunto non è condannabile se si analizza il contesto e il risultato. Il primo dato è la volontà dei cittadini di esprimere un voto, qualunque sia la modalità di svolgimento dell’elezione. Se il popolo è sovrano e le matite dell’urna sono le armi della democrazia, allora non ci si può lamentare. Il secondo dato, di tipo numerico, è legato alle quote percentuali ottenute dagli opposti schieramenti nelle tre tornate elettorali dal 2006 al 2013.

Ricorderanno tutti il sostanziale pareggio del 2006 e la nascita dell’esile Governo Prodi. Si accusa il premio di maggioranza è vero, ma quel 50,5 a 49,5 con tanto di Senatori a vita e di Repubblica parlamentare, nel rispetto del principio democratico del chi prende un voto in più vince, palesò una seppur risicata volontà popolare di dare all’Unione di prodi le redini del Paese. Fu poi la dinamica politica a condurre nell’arco di due anni alla caduta del Governo e all’elezione trionfante di Silvio Berlusconi. Allora il divario fu netto.

Dunque anche qui nulla da eccepire. Il rammarico degli addetti ai lavori potrebbe essere la conta dei finiani eletti col premio di maggioranza alla Camera, se proprio volessimo cercare il pelo nell’uovo. E nel 2013? Altro pareggio e Governo bicolore. Vittoria risicata della Sinistra e rimonta di Berlusconi con l’aggiunta dello sbraitante Beppe Grillo. Con o senza porcellum l’accordo si sarebbe fatto lo stesso e le due coalizioni storiche avrebbero sempre superato nei numeri il Movimento 5 Stelle. Su un piano pratico quindi non possiamo lanciare l’allarme di illegittimità plurima e pluriennale.

Il parlamento ha ottenuto i voti e in democrazia ahinoi, il suffraggio vale più del contrappeso.

Fonte.

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